Riassunto veloce degli avvenimenti e scoperte degni di nota delle ultime settimane.
1) Ho finito di leggere Alice’s Adventures in Wonderland, la versione originale in inglese con tanto di illustrazioni d’epoca. Per via degli innumerevoli riferimenti culturali e giochi di parole non sempre chiari a un non-nativo 144 anni dopo la prima pubblicazione, ho accompagnato la lettura con la consultazione saltuaria della versione italiana di Tommaso Giglio per BUR, tradotta à la cazzo di cane ma corredata di note tanto snob quanto, spesso, utili. Precisiamo che ho deciso di leggere Carroll ben prima che scoppiasse l’epidemia dovuta all’imminente uscita del film di Tim Burton (che comunque anch’io attendo con ansia) — vorrei sapere quanti dei blogger che postano ovunque immagini dei due film Disney hanno letto i libri originali. Divagazioni a parte, ho scoperto in Carroll, che ritenevo una grave lacuna come ce ne sono tante nella mia cultura personale, un mondo fantastico — un Wonderland — che mi ha coinvolto totalmente facendomi gridare (bella scoperta!) al capolavoro assoluto. Quello che mi lascia perplesso però, come accennavo prima, è la versione italiana di Giglio, che si prende parecchie licenze — com’è ovvio per un’opera che comunque deve essere accessibile a un pubblico infantile — appiattendo però spesso l’opera originale. Su tutto posso soprassedere, ma non sulla “traduzione” praticamente inventata di sana pianta del passo in cui il Grifone spiega ad Alice perché le scarpe sono fatte di merluzzo (whiting, parola che indica anche un colorante per imbiancare le calzature). Sarebbe lungo confrontare le due versioni; in poche parole, il Grifone gioca su questa omofonia e su quella tra soles and eels (sogliole e anguille) e soles and heels (suole e tacchi). Nella versione di Giglio la creatura spiega ad Alice che il naso si chiama così perché nipote del nasello; non solo: il traduttore inventa completamente la gestualità della bambina in risposta a questa sconvolgente dichiarazione e ne descrive la reazione pescandola dal nulla. Accenna poi solo vagamente al polipo (porpoise), protagonista in originale di un simpatico pun con la parola purpose (scopo). Ma qui l’opera originale e la sua genialità vanno a farsi fottere! Capisco le esigenze di adattamento, ma può il traduttore dichiararsi implicitamente al livello dell’autore riscrivendo parte della sua opera? Riguardo a purpose/porpoise, poi, sono tendenzialmente contrario alla cosiddetta translation by omission che è una delle possibili strategie quando ci si trova davanti a un testo fortemente idiomatico: è una soluzione drastica che, a mio parere, è sempre meglio evitare.
2) La Festa delle Invasioni. Beh non male, ma neanche eccezionale. Bellissimo il concerto di Solomon Burke, giunto davanti alla bellissima Villa Vecchia di Cosenza su una gru suppongo, che si è esibito seduto su un trono rinforzato in cemento armato (altrimenti le Invasioni sarebbero state un evento letteralmente underground) e ricoperto di spugna sweating-proof (ogni tanto le vallette asciugavano i sudori del King con uno straccetto). Ottima la sangría del Jazz Cafè, trasferitosi con uno stand alla Villa Vecchia per l’occasione. Rimane irrisolto il mistero: ma chi ci lavora al Jazz, e quanti invece di quelli che stanno dietro il bancone sono semplicemente clienti? Possiamo andarci anche noi?
Tornando alle Invasioni, l’evento si è chiuso con il concerto di CapaRezza, che si è scatenato in una scenografia spettacolare dopo le esibizioni di fachiri e giocolieri. (Alcune incomprensioni tra amici mi hanno impedito di goderne appieno, ma l’importante è che tutto si sia risolto a fine serata, e l’atmosfera sia tornata serena. Magari il Capa lo vedremo insieme la prossima volta! ^-^)
3) Ho scoperto che non bisogna mai tenere le sigarette al mentolo nello stesso scatolo delle Black Devil: queste ultime ne sono uscite dearomatizzate e di un sapore indefinibilmente osceno (potrei provare a definirlo tirando in ballo le interiora dei ruminanti ma non mi sembra il caso).
4) Avevo quasi incendiato il B-Side! Devo imparare a non friculiare con l’accendino e i tovaglioli. (Ma che eccessivo allarmismo il cameriere!)
Bene, ora che il mio dovere di cronista è fatto posso tornarmene a leggere Norwegian Wood.
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