Tori Amos: analisi di una metamorfosi sottovalutata

I fan italiani di Tori Amos sono ridicoli. Criticano tutto a partire da To Venus and Back, dimostrando (oltre a un’incompetenza musicale quasi fuori norma) un’incoerenza degna del peggior caso di schizofrenia ad oggi documentabile. La seguono infatti pedissequamente nei suoi tour e comprano tutti i suoi lavori sin da quando, secondo loro, smise di produrre buoni dischi. Eppure, se avesse continuato sull’onda dei suoi primi album, l’avrebbero criticata per la mancanza di sperimentazione. La verità è che la Amos scrive ancora sentendo emozioni, come faceva quando esordì con Little Earthquakes e sorprese un po’ tutti. Certo, è molto cambiata: sarebbe stupido, da parte nostra, aspettarci la stessa spontaneità musicale che caratterizzava i primi album, e lo sarebbe altrettanto biasimarla perché su undici album non tutti e undici sono capolavori assoluti. Eppure vorrei che qualcuno mi citasse un solo disco di Tori Amos dietro al quale non ci sia un progetto musicale, un qualcosa da scoprire, un sentimento da esprimere. Il tanto criticato To Venus and Back è ovviamente un tentativo di discostarsi dalla musica che fino ad allora l’aveva resa celebre, per imboccare strade nuove. Probabilmente non è un album riuscito al 100%, ma la ricerca musicale è palese e alcuni episodi raggiungono picchi di bellezza altissimi (mi riferisco in particolare a Dātura). La sperimentazione continua con un album di cover (Strange Little Girls) in cui la Amos stravolge una manciata di pezzi sulle donne, per farli suoi dalla prima all’ultima nota. Raggiunto quell’importante livello di sperimentazione e cambiata ormai casa discografica dopo il calo di vendite (si sa, la massa non apprezza il cambiamento), la Amos progetta un concept album (diventerà per lei un’abitudine) decidendo di raccontare, attraverso un’ora e mezza di musica, il suo Paese. Scarlet’s Walk riserva un posto più marginale al piano, che fino ad allora era stato un tutt’uno con la voce di Tori, quasi voglia davvero “raccontare” il cammino di Scarlet attraverso la voce. E ci riesce: bisogna essere degli inetti per non notare Continua a leggere…

Breve sfogo musicale

Ma che palle gli Horrors. Ho provato ad ascoltarti qualche volta, solo una mi sono sembrati interessanti. Piuttosto, ho scoperto questo gruppo californiano, i Sea Wolf, che sembra abbastanza interessante. Comunque, lasciando stare l’indie rock, che non ho mai amato per la spesso eccessiva spocchia, sono entusiasta che manchino solo 4 miseri giorni al concerto di Tori Amos all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Non vedo l’ora! Trovo che verso Tori ci sia un eccessivo accanimento della critica e del suo stesso fandom: sottovalutatissimo, per esempio, il dolce e malinconico viaggio raccontato in Scarlet’s Walk, ma anche l’ultimo Abnormally Attracted to Sin. Purtroppo leggo in recensioni di professionisti cose assurde del tipo (su Strange Little Girls): “la sensazione predominante che suscita è il desiderio di nuove composizioni originali (non il massimo per un disco di cover)” (Onda Rock). Eh? Si commenta da solo.

Che Gianna si svegli dal sogno!

Sono un ammiratore di Gianna Nannini: oltre a partorire dei veri e propri capolavori (Puzzle, dell’84, e Perle, del 2004) e degli ottimi dischi pop-rock (tra gli altri Latin Lover, 1982, Scandalo, 1994 e l’ottimo Cuore del ‘98), l’artista senese ha da sempre portato avanti uno spirito popolare che non è facile coniugare al suo genere musicale; e proprio questo la rende pressoché unica, non solo in Italia.

Eppure trovo molto deludente l’ultimo disco, Giannadream – Solo i sogni sono veri. Partiamo precisando una cosa: se questo disco fosse uscito a cavallo tra il ‘96 e il ‘98, vale a dire dopo la pubblicazione del greatest hits Bomboloni e prima del bellissimo Cuore, lo avrei trovato ottimo. Perché se lo vediamo singolarmente Giannadream è davvero ben realizzato, gli arrangiamenti e la produzione sono ormai ineccepibili e il distacco con cui la Nannini didascalicamente a volte canta potrebbe conferire una certa atmosfera all’intero album. Ma Solo i sogni sono veri arriva, ahimé, dopo un percorso molto più lungo di quello che avrei voluto, quando alcuni album, a volte leggermente ruffiani ma molto validi, sono già usciti. Quando già la canzone à la Gianna è da tempo codificata e un disco così, per quanto bello, non può che apparire noioso e prevedibile. Dopo Grazie la struttura della canzone nanniniana è chiara a tutti, specie con il primo singolo Sei nell’anima, la canzone più pallosa di tutto l’album eppure quella che lo ha consacrato (a buon diritto) come uno dei suoi migliori dischi di sempre. E già in Grazie qualche processo di mutamento si era arrestato; ma questo va bene, un artista non può sempre rinnovarsi, e a un certo punto della propria carriera può decidere di soffermarsi sui risultati raggiunti per tentare di perfezionarli, magari risultando ripetitivo ma continuando un suo percorso che, tra l’altro, sicuramente piace alle masse (è matematico). Grazie era questo: un momento in cui prendere il lavoro fatto fino ad allora e riassumerlo, cercando di migliorarne la forma e la sostanza. Ma poi bisognerebbe dirottare ancora: se questa fase dura troppo, si perde. Questo sembrava volesse fare la Nannini quando ha deciso di dare vita a un’opera su Pia de’ Tolomei, dando alle stampe un delizioso assaggio quale è effettivamente Pia come la canto io. Sentito e in alcuni punti (Le corna) anche sperimentale, Pia sa essere duro o dolce a seconda della fase della storia che sta raccontando. E allora perché, dopo qualche canzone piacevole ma non memorabile per accompagnare il Giannabest, passare del tempo a rendere ancora più perfetta la produzione di una musica di cui ormai abbiamo piene le palle, consegnando al popolo un album che non ha nulla di nuovo da dire e che sembra essere la copia noiosa e quindi sbiadita di quelli che lo hanno preceduto? L’unica traccia che si salva in tutto il disco è Siamo nella merda, che riesce a essere tipicamente nanniniana senza seguire la stessa struttura delle altre; un piccolo capolavoro realizzato con la collaborazione di Fabri Fibra, la sola canzone a rimanere dopo l’ascolto. Il resto scivola via, a volte annoia pure. Sembra che alcuni artisti vogliano far dimenticare al pubblico di essere stati bravi e importanti: anche Grignani, dopo molti dischi di un certo valore musicale, se ne uscì dicendo che Il re del niente era il suo album più bello. Non a caso si trattava del suo album più banale. Così la Gianna afferma di aver pubblicato con Giannadream la sua opera migliore… ma non si rende conto di avere una storia brillante alle spalle. Gianna, svegliati dal sogno!

Nelle precedenti puntate

Riassunto veloce degli avvenimenti e scoperte degni di nota delle ultime settimane.

1) Ho finito di leggere Alice’s Adventures in Wonderland, la versione originale in inglese con tanto di illustrazioni d’epoca. Per via degli innumerevoli riferimenti culturali e giochi di parole non sempre chiari a un non-nativo 144 anni dopo la prima pubblicazione, ho accompagnato la lettura con la consultazione saltuaria della versione italiana di Tommaso Giglio per BUR, tradotta à la cazzo di cane ma corredata di note tanto snob quanto, spesso, utili. Precisiamo che ho deciso di leggere Carroll ben prima che scoppiasse l’epidemia dovuta all’imminente uscita del film di Tim Burton (che comunque anch’io attendo con ansia) — vorrei sapere quanti dei blogger che postano ovunque immagini dei due film Disney hanno letto i libri originali. Divagazioni a parte, ho scoperto in Carroll, che ritenevo una grave lacuna come ce ne sono tante nella mia cultura personale, un mondo fantastico — un Wonderland — che mi ha coinvolto totalmente facendomi gridare (bella scoperta!) al capolavoro assoluto. Quello che mi lascia perplesso però, come accennavo prima, è la versione italiana di Giglio, che si prende parecchie licenze — com’è ovvio per un’opera che comunque deve essere accessibile a un pubblico infantile — appiattendo però spesso l’opera originale. Su tutto posso soprassedere, ma non sulla “traduzione” praticamente inventata di sana pianta del passo in cui il Grifone spiega ad Alice perché le scarpe sono fatte di merluzzo (whiting, parola che indica anche un colorante per imbiancare le calzature). Sarebbe lungo confrontare le due versioni; in poche parole, il Grifone gioca su questa omofonia e su quella tra soles and eels (sogliole e anguille) e soles and heels (suole e tacchi). Nella versione di Giglio la creatura spiega ad Alice che il naso si chiama così perché nipote del nasello; non solo: il traduttore inventa completamente la gestualità della bambina in risposta a questa sconvolgente dichiarazione e ne descrive la reazione pescandola dal nulla. Accenna poi solo vagamente al polipo (porpoise), protagonista in originale di un simpatico pun con la parola purpose (scopo). Ma qui l’opera originale e la sua genialità vanno a farsi fottere! Capisco le esigenze di adattamento, ma può il traduttore dichiararsi implicitamente al livello dell’autore riscrivendo parte della sua opera? Riguardo a purpose/porpoise, poi, sono tendenzialmente contrario alla cosiddetta translation by omission che è una delle possibili strategie quando ci si trova davanti a un testo fortemente idiomatico: è una soluzione drastica che, a mio parere, è sempre meglio evitare.

2) La Festa delle Invasioni. Beh non male, ma neanche eccezionale. Bellissimo il concerto di Solomon Burke, giunto davanti alla bellissima Villa Vecchia di Cosenza su una gru suppongo, che si è esibito seduto su un trono rinforzato in cemento armato (altrimenti le Invasioni sarebbero state un evento letteralmente underground) e ricoperto di spugna sweating-proof (ogni tanto le vallette asciugavano i sudori del King con uno straccetto). Ottima la sangría del Jazz Cafè, trasferitosi con uno stand alla Villa Vecchia per l’occasione. Rimane irrisolto il mistero: ma chi ci lavora al Jazz, e quanti invece di quelli che stanno dietro il bancone sono semplicemente clienti? Possiamo andarci anche noi?
Tornando alle Invasioni, l’evento si è chiuso con il concerto di CapaRezza, che si è scatenato in una scenografia spettacolare dopo le esibizioni di fachiri e giocolieri. (Alcune incomprensioni tra amici mi hanno impedito di goderne appieno, ma l’importante è che tutto si sia risolto a fine serata, e l’atmosfera sia tornata serena. Magari il Capa lo vedremo insieme la prossima volta! ^-^)

3) Ho scoperto che non bisogna mai tenere le sigarette al mentolo nello stesso scatolo delle Black Devil: queste ultime ne sono uscite dearomatizzate e di un sapore indefinibilmente osceno (potrei provare a definirlo tirando in ballo le interiora dei ruminanti ma non mi sembra il caso).

4) Avevo quasi incendiato il B-Side! Devo imparare a non friculiare con l’accendino e i tovaglioli. (Ma che eccessivo allarmismo il cameriere!)

Bene, ora che il mio dovere di cronista è fatto posso tornarmene a leggere Norwegian Wood.

Paprika

Paprika. Se nei miei sogni sono disperato, vuol dire forse che sono disperato?
Alla fine è stata una bella serata. Nonostante tutto. È bello il polifunzionale, è bella la luce fucsia contro gli alberi, è bello quando un’amica sa cosa provi senza che tu lo dica; Paprika e qualcos’altroaltre cose, insieme, mi hanno provocato ansia. Paprica ansiogena. Prequel: io, Joe, Paola, Michele, Serena e Stefano mangiamo da McDonald’s e poi andiamo all’università dove, per le Notti di fata Morgana, si proiettano anime fino al mattino. Sequel: Serena mi mette la mano sul polso per trasferire la mia ansia verso di lei. Era la terza sigaretta di fila che mi accendevo. «Uno spirito in sovrappeso non ha bisogno di diete.»

Quel film è una seduta di psicanalisi. Nel sogno io mi sono ucciso. Eppure non ho mai pensato al suicidio. Mi fa tanto male il numero 17… non è che (qualcosa) mi ricorda qualcosa?

È che devo scavare anche io. Anzi più che scavare devo vomitare. Lo voglio rivedere per capire tutto ciò che mi è sfuggito, ma lo farò sotto ansiolitici. Così, come in un racconto di Millás, tutto sarà bello e felice, también la depresión.

Poi c’è che tutte queste emozioni rimangono sui bordi del cranio, e posso sopportarle ma hanno effetti collaterali. Uno è che dopo non so più guidare. Prendo curve in quarta o freno di botto. E l’autostrada è troppo bella, farla con calma ascoltando musica, ritrovarmi in alto mare, per poi lasciarmi andare, come un uccello da ammazzare: piuttosto che tornare giù, e dirmi “non si vola più”. E l’ultima sigaretta, chi se la nega, da fumare piano piano dopo aver parcheggiato. Il piacere del mozzicone a terra che inquinando e sporcando, come il grosso occhio di un ciclope, brilla nella notte.

Sono anch’io un bambino intrappolato nel corpo di un genio?

Incubi e scacchiere

Sono stanco di fare brutti sogni.
Questa notte ho vissuto in un una specie di versione esasperata della mia vita, in cui ero l’ultimo dei pensieri per tutti, anche per le persone che mi erano più intime. Ero innamorato di qualcuno, non ricordo di chi, e anche questa persona ovviamente sembrava non vedere il tormentato malessere che mi affliggeva in questo mondo. Ricordo una birra, ricordo che mi consolavo compulsivamente in una pillola di erbe che sapevo essere inutile, ricordo la mia invisibile disperazione. Che brutto sogno, davvero.
Sabato notte volevo scrivere qualcosa qui sul blog, ma poi ero troppo assonnato e non ce la facevo. Peccato: quando sono con amici ho sempre il tempo di isolarmi da tutto, per un attimo, e pensare qualcosa. E così, davanti al Jazz Cafè, qualcosa mi ha rapito, non so cosa, mentre gustavo una sigaretta fino all’ultimo filo di fumo. Doveva riguardare il mio rapporto con gli altri. Qualcosa che poi col fumo si è dissolto. La prossima volta che vado al Jazz mi faccio dare la scacchiera dove abbiamo giocato fino alle 4: potrei trovarvi depositati residui di seghe mentali.

Giornate (cazzi miei che non interesseranno a nessuno)

Tutti attraversiamo quei momenti in cui ci sentiamo diversi. Non so se la paroxetina c’entri qualcosa (certo non ho intenzione di smettere di prenderla proprio ora che ho il dubbio che stia finalmente agendo), ma negli ultimi tempi qualcosa si è innescato. Nulla di necessariamente positivo, o probabilmente sì, perché nel bene e nel male sento di avere una volontà vagamente più ferma o quantomeno una più decisa considerazione di me stesso.

È vero, per esempio, che ora guido molto meglio di quando, fino a poco tempo fa, dicevo in giro di essere pressoché negato ed evitavo di guidare quando potevo. Mi serviva solo un po’ di pratica e di fiducia, e la seconda non sarebbe mai arrivata senza la prima! Eppure stamattina ho distrutto un fanale. Ciononostante, mio padre non è riuscito a convincermi che sia successo per incapacità. Per smaltire la rabbia dovuta alla sua sfuriata (“neanche fosse un aeroplano”, minimizzare no eh?), sono andato a fumarmi una Black Devil lontano da casa. Fino a poche settimane fa non avevo mai fumato una sigaretta. Ora non lo faccio spesso, ma ogni tanto in compagnia o quando devo sbollire la rabbia mi fa davvero bene. Sì, sì, le droghe fanno male. Al corpo. Ma alla mente, la nicotina quando serve fa proprio bene… è proprio vero che dopo una sigarettina tutto va un po’ meglio. Thank you Joe & Paola.

Oggi ho iniziato a studiacchiare il basso da solo. Che culo che ho: mio fratello possiede un basso a 5 corde Hohner, neck-through, davvero bello, e non suonandolo più mi ha permesso di usarlo. Per ora ignoro la quinta corda però.

Aaaah, questa sera sarà una vera noia. La passerò a contemplare passato e presente da una prospettiva praticamente aliena (il futuro eviterò di considerarlo) (ma esiste?). Potrei mettere mano al mio romanzo. Studiare spagnolo per l’esame di lunedì non se ne parla. Cazzo se non avessi rotto il fanale uscirei, che frangimento di palle come direbbe Paolachan.  Ma come cazzo ho fatto a distrarmi così banalmente. L’autoanalisi noooooooooo devo evitarla!! Cazzo spero che alla fine non deciderò di dormire.

‘giorno Europa (senza buon): riflessioni a caldo

Svegliarsi con certe notizie non è il massimo. Ora, non voglio certo partire prevenuto, i risultati elettorali vanno sempre esaminati e compresi. Ma c’è evidentemente qualcosa che non va. Com’è possibile che l’Europa stia camminando in questa direzione? Conservatori che vincono ovunque, e se le destre straniere non sono certo come la nostra (per fortuna) viene comunque da chiedersi da dove venga l’avanzata delle ‘ideologie’ xenofobe. Mi consultavo poco fa con un amico, secondo cui il problema è che nei periodi di crisi la gente ha bisogno di prendersela con qualcuno, ed è facile imputare gli extracomunitari di fottere il lavoro e delinquere in casa altrui. Sono d’accordo. I grandi intellettuali (Voltaire, Beccaria…) sono ormai un lontano ricordo, e la gente non ragiona certo sulla base di grandi riflessioni personali e annosi studi. Credo siamo al decadimento dell’intelligenza umana. Tutti presi (nella percentuale sbagliata) dai nostri computer, iPhone, dallo stato di Facebook o dal video dei gattini su YouTube.

Che Europa è un’Europa che viaggia in questa direzione? Ho idea che non andremo da nessuna parte. Abbiamo una storia di grande cultura, perché soffermarci su quella fatta di combattimenti, colonie e sfruttamenti?

Quanto all’Italia, sono contento per la sensibile avanzata dell’Italia dei Valori, che ha candidato, questa volta, molti volti nuovi motivati e onorevoli (che non è un titolo ma un aggettivo). Bene anche i passi indietro del Pdl (evviva) e del cosiddetto Pdmenoelle (cit. Grillo), ma… vi prego, qualcuno mi spieghi cosa ci trova la gente nella Lega!! Basta, mi concedo un po’ di riflessione d0po questo sfogo. Magari un po’ di letture mi schiariranno le idee. ‘giorno Europa.

Per iniziare.

Non sarebbe particolarmente tardi, se non conoscessi lo snervante suono della sveglia. Ma voglio iniziare, inaugurare questo blog dopo aver passato un po’ di tempo a realizzare un header che lo renda quantomeno decente. Bene, usando molto Internet mi ritrovo con tanti blog o profili confusi e spesso inutili, per cui ho deciso di fare un po’ d’ordine… ed eccomi ad aprire quello che sarà, tra i miei blog, quello dove cercherò di raccontarmi un po’, non so a che pro in effetti, forse per esibizionismo o forse, al contrario, per mancanza d’autostima.

Ho 24 anni, anche se credo di dimostrarne di più, ma è da poco che mi sento un po’ più grande, o forse è solo una sensazione a cui non so dare nomi o aggettivi. È che mi sembra di aver rincorso una vita normale per due decenni, e sebbene sia ancora lontano dal mio obiettivo credo di aver fatto importanti conquiste personali. Non ho mai voluto essere, al contrario, una persona normale: la vita sì, quella la voglio normale perché è una definizione generica, riferita magari alla realizzazione di sé e ai rapporti con gli altri; ma io, io non sono normale né voglio esserlo. Viviamo in una norma così poco stimolante e così poco apprezzabile. La norma è l’ignoranza, l’arroganza, il voler dimostrare di sapere tutto senza sapere nulla (e l’Italia di oggi lo dimostra). Oddio sto confondendo un po’ di cose. Credo di star provando la stessa sensazione di un conduttore tv che parla con la telecamera, senza vedere i suoi (eventuali) spettatori…

Vabbè, volevo parlare anche della luna ma mi sa che non ho molto tempo e sono troppo stanco. Della luna nel senso, parlare della sensazione che ho provato questa notte tornando a casa, guidando in autostrada inseguito da una enorme luna piena, mentre il cielo era già abbastanza chiaro e l’autoradio diffondeva punk. Mi sono sentito bene.

Ma adesso vado a letto, dopo questo post con cui sono sicuro di non aver detto assolutamente nulla. Vabbè c’è tempo =) Credo.